“L’Atlantide Rossa. La fine del comunismo in Europa” (dell’Est).

Lo scorso venerdì (15 novembre), la sera, nella Sala Blu del Collegio San Giuseppe, si è tenuta la presentazione di un libro affascinante: “L’Atlantide Rossa. La fine del comunismo in Europa”, Ed. Lindau.

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Da sinistra: Luigi Geninazzi, autore del libro, Gianluca Segre, Presidente AEC, Domenico Monea, dell’Ora Liberale.

 

L’autore è Luigi Geninazzi (nella foto a sinistra), testimone oculare e cronista di alcuni dei più importanti eventi degli anni ’80 del secolo scorso e non solo.

Nel suo libro non emergono solo le figure principali come Gorbaciov, Papa Giovanni Paolo II, Reagan o Lech Walesa (tra l’altro autore della prefazione). E’ una raccolta di scorci di vita quotidiana nell’Europa comunista. La descrizione vivida della miseria e dell’umiliazione dei polacchi, della tristezza dei berlinesi della DDR, della disperazione e della fame dei rumeni sotto Ceaucescu. E’ il racconto della rassegnazione di chi pensava che il mostro comunista sarebbe rimasto in piedi altri trecento anni ma anche del coraggio di chi ha lottato senza mai usare violenza; non tanto avendo in mente un’ideologia, ma per ottenere piccole cose che rendono la vita degna di essere vissuta. Cibo, acqua calda, una casa; tutte cose difficili da ottenere sotto un regime comunista.

Il libro racconta l’epopea di Solidarnosc, il sindacato indipendente polacco dichiarato illegale dal Partito; i viaggi di Papa Giovanni Paolo II, secondo l’autore il più importante artefice della caduta del comunismo; la vita di lotta non violenta di cittadini comuni contro i regimi in Polonia, Cecoslovacchia, Ungheria, Romania, Germania dell’Est; le battute di spirito che circolavano fra la gente, perché un regime può controllarti telefono, casa, macchina, amicizie e figli, ma non può fermare una freddura detta a mezza voce; l’anno 1989, “quando la storia si è messa a correre”; la caduta dei regimi.

 

I ritratti dei personaggi, da Vaclav Havel a padre Popieluszko (prete coraggioso massacrato dai servizi segreti), come anche delle situazioni (l’autore racconta del suo arresto da parte della polizia cecoslovacca) sono incredibilmente realistici, forse perché raccontati da un uomo che ha nostalgia di quei giorni eroici e cerca di riviverli nel tentativo di permettere a noi di viverli.

Un libro che vorrei consigliare a tutti, soprattutto a chi quei giorni non ha potuto viverli; ma anche a chi il 18 gennaio 1989 aveva creduto a Honecker, quando disse che il muro sarebbe rimasto in piedi per altri cento anni. Perché se è vero che cadde in una notte, sorprendendo anche gli uomini della CIA e della Stasi, il lavoro per portare a questo risultato durò almeno 10 anni.

L’unica obiezione che mi sento di fare all’autore riguarda il titolo. A “La fine del comunismo in Europa” io avrei aggiunto “dell’Est”. Perché se è vero, come è vero, che il gigante rosso è morto in quei giorni, c’è da dire che le idee liberticide su cui esso si fondava animano ancora una fetta consistente dell’intellighenzia occidentale.

grandezza di stalin

Talvolta danno vita a convegni, in altri casi a veri e propri casi di revisionismo e negazionismo. Ci sono persone che riescono a rivalutare Stalin, oppure Honecker, l’uomo che diramò lo schiessbefehl, l’ordine di sparare a vista su chiunque tentasse di superare il Muro.

Alcuni nostalgici arrivano a coniare persino buffi neologismi.

Per non dimenticare cosa è successo nei paesi che hanno assaggiato i piaceri del collettivismo, forse è bene ascoltare i racconti di chi quei paesi li ha vissuti.

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Vittorio Nigrelli

 

Forever Ended Yesterday: un successo che si infrange.

Finalmente dopo 4 anni dalla loro fondazione i Forever Ended Yesterday ci sono riusciti: hanno pubblicato il loro primo EP intitolato Imiarma, da cui è stato estratto il primo singolo Unreal Smile. (clicca qui per vedere il video). I Forever Ended Yesterday sono una band di Mondovì (Torino) che canta brani alternative rock in inglese. Il gruppo nasce con un altro nome nel 2008, composto principalmente da Frankie (voce), Lyn (chitarra), Ale (basso). Solo nel 2011 diventano definitivamente i Forever Ended Yesterday, grazie all’inserimento nella band di Jux (chitarra) e Andy (batteria). Nel 2012 però Andy abbandona la band e i Forever Ended Yesterday cercano un nuovo batterista, trovandolo in Steve. Ora la band è pronta per lavorare seriamente. Dopo alcuni mesi, i FEY sono stati contattati dal chitarrista degli Screaming Eyes, per produrre la loro canzone Follow The Lights: un pezzo metal, uscito il 22 luglio, completamente diverso dal genere di musica che fanno attualmente i FEY. Dopo alcuni concerti nella loro zona, la band firma con l’etichetta indipendente This Is Core, che permette loro di pubblicare nel dicembre 2012 il primo EP Imiarma che contiene sei tracce:

  1. Awful Feeling
  2. Silly Worm
  3. Intoxication
  4. Something More
  5. Unreal Smile
  6. Sleep Tight

In generale lo stile dei FEY assomiglia ai Paramore, con qualche venatura degli Evanescence e Linkin Park.

Abbiamo intervistato i Forever Ended Yesterday per conoscerli meglio e capire la loro musica. A nome di tutto il gruppo ha risposto Lyn:

Com’è nato ImiarmaImiarma è un EP che vi rappresenta a pieno?

Imiarma è nato dalla voglia di 5 ragazzi di fare musica, di far conoscere ciò che hanno da comunicare. Penso che sia un EP che ci rappresenta a pieno: siamo riusciti a far coesistere diversi stili, in relazione alle influenze musicali di ciascuno di noi. Molte canzoni contenute in Imiarma erano nate già tempo prima dell’uscita.”

Scrivete voi testo e musica? 

Sì, testi e musica sono scritti da noi.”

Follow The Lights è stato il vostro primissimo single, un lavoro diverso ma che sentite vostro comunque? Perchè non avete seguito il genere metal?

“Sì, Follow the lights è stato il nostro primo singolo, diffuso solo tramite internet. Con questo pezzo abbiamo voluto sperimentare qualcosa di diverso per dimostrare a noi stessi che il cambiamento può essere positivo, come anche sperimentare nuovi generi.”

 

Siete contenti di Unreal Smile come primo singolo estratto da Imiarma?

“Sì, è un pezzo che personalmente ci piace molto e credo che abbia delle caratteristiche adatte per essere lanciato come primo singolo.”

 

Volete spiegarci il significato del video di Unreal Smile?

“Preferiamo che ognuno dia il proprio significato.”

 

Siete una band emergente. Credete di farvi notare maggiormente con questo EP?

“Sicuramente l’EP, accompagnato dal video ufficiale e da recensioni e interviste, ci sta dando molte possibilità. Sappiamo che in Italia, con il nostro genere, è sempre più difficile farsi notare, ma noi ci proviamo!”

Qual è il vostro obiettivo come band? Per esempio vincere qualche festival? Entrare nel mercato discografico?

“L’obiettivo principale è quello di suonare in giro, far conoscere a più persone possibili la nostra musica, quello che abbiamo da dire. Abbiamo partecipato a diversi festival e ne abbiamo ancora in programma, ma diciamo che l’obiettivo, anche qui, è quello di far conoscere la nostra musica più che di vincere il festival in sè.”

Che cosa volete trasmettere o comunicare con le vostre canzoni?

Con le nostre canzoni vogliamo trasmettere forza, passione, trasgressività, rabbia, e anche malinconia, perchè noi siamo così: arrabbiati e malinconici.

 

Progetti per il futuro? concerti? nuovo album?

“Attualmente stiamo componendo nuove canzoni per un nuovo EP, con sonorità e stile differenti rispetto ad Imiarma. l’EP sarà autoprodotto. Abbiamo inoltre in programma un tour estivo in diverse zone del Piemonte e della Liguria che ci terrà impegnati per l’intero mese di giugno.

Questa intervista è stata fatta prima del 6 ottobre, data in cui i FEY hanno pubblicato questo messaggio sulla loro pagina Facebook: “Salve a tutti, questo è un post che nessuna band vorrebbe mai scrivere sulla propria pagina… Purtroppo, però, siamo spiacenti di comunicare che, a causa di divergenze tra i componenti del gruppo, i Forever Ended Yesterday si sono ufficialmente sciolti alle 3.25 circa di oggi pomeriggio. Un ringraziamento a tutti quelli che ci hanno aiutato è d’obbligo, oltre che un piacere…e un grazie speciale va soprattutto ai nostri genitori, che ci hanno sempre supportato (e sopportato) economicamente e spiritualmente. Grazie di cuore a tutti! Per noi è stata un’esperienza fantastica, che ci ha fatto crescere sia artisticamente che umanamente, e ci siamo divertiti un mondo! Detto questo, un adieu dai Forever Ended Yesterday e un buon proseguimento di vita a tutti. Stay Metal!”

Erica Balduini

Scuole private e tabù del profitto nel settore dell’istruzione.

Spesso in Italia si ritorna su argomenti che riguardano la scuola privata, il valore legale del titolo di studio, il livello (basso) di istruzione media.

L’ultima occasione vi è stata lo scorso week end, quando durante un referendum costato 540.000 euro, il 16-17% della popolazione di Bologna ha deciso di non dare un milione di euro alle scuole private. Cosa che in parte è condivisibile, poiché un’azienda privata non dovrebbe mai vivere di finanziamenti pubblici. Ma guardando la questione da un altro punto di vista, quello dei pantaloni dei contribuenti, o meglio delle tasche dei pantaloni dei contribuenti, le cose forse cambiano. Non so quale effetto avranno su di voi, ma ieri questi numerelli mi hanno piuttosto colpito.

Se questi numeri, come ci sembra di capire, sono veri, la scelta del 16-17% dei bolognesi costringerà tutta Italia a sborsare dei quattrini in più. Questo perché l’aumento di circa 600 euro della retta del prossimo anno costringerà diverse famiglie “border line” a trasferire il proprio pargolo da una scuola privata in una scuola pubblica, pesando sul resto della società 5.974 euro in più dell’anno prima. Calcolando a spanne, per fare in modo che il prossimo anno l’esborso dei contribuenti superi quello degli anni in cui il finanziamento alle private c’era, e contando che il referendum è già costato 540.000 euro, basterebbe il trasferimento di 100 studenti dal privato al pubblico per avere come risultato dell’operazione referendaria una perdita netta.

Il mio maligno e personale sospetto, però, è che il referendum non sia stato fatto per una ragione economica, ma ideologica e culturale: il disprezzo e l’odio verso il privato. In Italia la scuola privata ha dei limiti, è vero, e l’immagine di produttrice di diplomi a pagamento, per quanto smentita da molteplici e meritevoli casi, spesso non è così lontana dalla realtà.

Questo deriva, tuttavia, non dalla presenza nel settore dell’istruzione di cattivoni privati, ma dal fatto che le regolamentazioni portano naturalmente alla creazione di un “mercato dei pezzi di carta”. Mi riferisco al problema del valore legale del titolo di studio, (di cui avevo già parlato in questo articolo) che rende possibile l’esistenza di persone che mangiano vendendo inutili pezzi di carta.

Un primo passo sarebbe quindi quello di abolire il valore legale del titolo di studio, cominciando con il modificare le regolamentazioni sui test a numero chiuso che impediscono, per esempio, a uno studente uscito da un durissimo liceo toscano, di superare in graduatoria un caprone milanese solo perché questi ha avuto una matura “più facile”. Ma non solo. Il problema delle regolamentazioni che eliminano i benefici del privato si estende anche agli insegnanti. Questi sono disposti a lavorare per un liceo privato anche per una paga da fame (400-500 euro), perché così guadagnano punti in graduatoria, manco stessero facendo la spesa al Carrefour. Il fatto che siano buoni insegnanti o meno, al momento, conta poco o nulla (qualcosa in questo senso sta cambiando). Ergo va rivisto il sistema di reclutamento degli insegnanti.

Se verranno attuate riforme in questo senso, il livello delle scuole private crescerà sensibilmente, il numero dei loro iscritti aumenterà, e non ci sarà bisogno di finanziamenti pubblici (magari, come capita in alcune università statunitensi, gli ex-studenti doneranno volentieri denaro al liceo che ha contribuito al loro successo).

Per concludere, vi propongo una traduzione della nostra Carlotta Prandi, di un articolo di Jason Bedrick pubblicato sul sito del CATO Institute il 21 Maggio 2013, che riguarda il tabù del profitto nel settore dell’istruzione.

“School Profits

Non dovrebbe forse esserci una netta linea di demarcazione tra insegnamento e profitto? Molti di coloro che si oppongono alla riforma scolastica (negli USA, ndr) sembrano pensarla così. E’ emblematico un articolo del Washington Post che denuncia: “ forze esterne mirano ad arricchirsi sulle spalle dei giovani più vulnerabili della nostra nazione”.

Considerando che la maggior parte delle scuola private sono non profit, l’autore dell’articolo dimentica che sono i genitori a scegliere di mandare i figli in queste scuole.  Ha senso lamentarsi dell’esistenza di società che si arricchiscono “sulle spalle” dei propri clienti, i quali pagano?

Per convincere i genitori a scegliere scuola private, invece di quella di Stato, queste devono offrire qualcosa in più. Per questo le scuole private devono offrire il meglio se vogliono costituire un’attrattiva per le famiglie.

Pertanto è assurdo pensare che il profitto – inteso come mero guadagno economico – sia limitato al solo settore per profit. Che insegnanti, presidi e tutto il resto dello staff – dagli inservienti agli autisti degli scuolabus – si arricchiscono con i loro salari e stipendi?

E che cosa dire dei profitti delle case editrici che pubblicano i libri di testo? Di quelli delle compagnie che costruiscono gli edifici scolastici? O di chi produce banchi, lavagne, penne e matite?

Che si tratti di gestione privata o pubblica, chiunque faccia parte del settore ottiene un profitto “sulle spalle” dei genitori, che finanziano volontariamente anche gli eventi come il ballo di fine anno.

Coloro che denunciano i profitti in ambito scolastico non comprendono il ruolo dei profitti nel mercato. Forse sono confusi perché nel sistema scolastico pubblico con cui hanno familiarità il nesso tra l’andare incontro alle necessità degli studenti e il guadagno economico è labile. Al contrario in un mercato competitivo, guadagni (e, in maniera altrettanto importante, le perdite) costituiscono informazioni preziose.

Come è spiegato nell’eccellente libro di Herbert Walberg e Joseph Bast, “ Educazione e Capitalismo: Come può contribuire a migliorare il sistema scolastico americano superare le nostre paure del mercato e dell’economia ”:

 In un’economia capitalista i profitti sono il guadagno ottenuto dalle imprese che massimizzano la qualità dei servizi e dei beni, minimizzano le spese di esercizio e la burocrazia, motivano i dipendenti che raggiungono livelli di produttività molto elevati ed evitano inutili spese. Le imprese di successo vendono prodotti migliori o più economici, spesso migliori ed economici. I consumatori se ne accorgono e il mercato si sposta gradualmente dalle aziende meno efficienti a quelle migliori.

Le scuola pubbliche di basso livello non perdono “clienti” gradualmente, non affrontano la minaccia di una chiusura, ovvero il destino di un’impresa inefficiente.

C’è quindi una certa una certa urgenza di attuare una riforma. Le risorse di queste scuole non vengono trasferiti dalle mani di chi le gestisce male in quelle di chi potrebbe fare un lavoro migliore.

Nell’attuale sistema scolastico solo le famiglie benestanti possono permettersi di vivere nei quartieri in cui sono situate le scuole pubbliche più prestigiose o di pagare la retta delle scuole private. Le famiglie meno abbienti, senza la possibilità di scegliere una scuola privata, o pubblica ma lontana, sono tagliate fuori da questo “mercato”. La loro unica scelta è la scuola pubblica locale, assegnata d’ufficio.

Quindi se fossi un blogger del WashingtonPost, scriverei quindi che sono queste scuole poco performanti che vivono “sulle spalle dei giovani più vulnerabili della nostra nazione” (approfittando quindi dell’impossibilità delle famiglie di scegliere, ndr).

Vittorio Nigrelli e Carlotta Prandi

E’ la cultura italiana a provocare tanti casi di violenza sulle donne?

L’altro giorno, divertendomi a sfogliare quelle miniere di battute che sono i giornali finanziati coi soldi pubblici, ho trovato interessante un fatto.

Davanti a casi simili di omicidio, con modalità pressoché identiche, si danno titoli completamente diversi.

La differenza tra i casi? La nazionalità del criminale.

Premetto che non sono un piddino innamorato della Kyenge, né un attivista di una qualunque associazione pro-migranti. Quindi, se odiate queste persone più di qualsiasi altra cosa, potete continuare tranquillamente a leggere.

Quando un uomo mediorientale, africano, sudamericano ferisce, uccide o stupra qualcuno, le testate sembrano dare per scontato che la motivazione sia culturale o etnica. Di qui titoloni tipo: “L’ha ammazzata perché non seguiva le regole islamiche” “Ghanese con piccone uccide gente a Milano”.

Quando un italiano ferisce, uccide o stupra qualcuno, le due possibili spiegazioni date dai giornali sono:

a) E’ pazzo.

b) E’ un criminale.

c) E’ pazzo e criminale.

Di qui i titoloni “Pazzo a Palermo aggredisce in treno i passeggeri”.

E’ mai venuto in mente a coloro i quali scrivono o leggono questi titoli che il ghanese, marocchino, egiziano, brasiliano che ha ammazzato qualcuno forse non ha un problema culturale, ma è semplicemente un pazzo e/o un criminale?

Mi spiego meglio.

Quando il violento è un italiano, il problema è esclusivamente suo, non della “cultura italiana”.

Quando il violento è un immigrato, il problema è la sua cultura, o la sua etnia, e come conseguenza il problema è di tutti coloro che appartengono alla sua cultura o alla sua etnia.

Può sembrare un fatto marginale, ma come sa bene chi vede, alle 19.00 circa, la fiction “CSI”, in un crimine il movente è fondamentale. Anche perché la risposta che uno Stato dà a un fenomeno si basa sulla conoscenza che lo Stato può avere dello stesso.

Se un italiano commette un omicidio, le soluzione proposte sono lo psichiatra o la galera.

Se un immigrato commette un omicidio, la soluzione proposta è “cambiare la sua cultura” o, se non la si può cambiare, “cacciarlo via”.

Ammetteremmo mai che è la cultura italiana, maschilista e retrograda, a provocare tanti casi di omicidio, stupro e violenza sulle donne? Certamente no.

Allo stesso modo non possiamo permetterci l’errore di interpretare in modo errato i casi di violenza da parte di immigrati.

Se un uomo uccide o stupra è un criminale e va punito. Senza distinzioni culturali, etniche, sociali.

I danni derivanti dagli stupidi titoli delle testate nazionali sono immensi. Un titolo scritto per un motivo del tutto fuori contesto, come la volontà di contestare un ministro, può da solo generare odio, disprezzo, incomprensione; tre fattori che sono alla base delle peggiori violenze che un essere umano può commettere contro altri esseri umani.

La richiesta che voglio fare non è indirizzata a chi si inginocchia davanti al proprio editore,  scrive titoli razzisti se deve contestare un ministro ma il giorno dopo protegge a spada tratta i marocchini se un magistrato fa uno scivolone, manco la testata fosse diventata un’associazione di volontari a favore dello ius soli.

La richiesta che voglio fare è indirizzata a voi.

Siate costantemente consapevoli che a causa dei problemi mentali di un singolo individuo non si può condannare un’intera cultura.

E la prossima volta che troverete tra le mani una testata che riporta un articolo intitolato “Musulmano uccide moglie e figlia e si suicida” e subito sotto riporta un altro articolo intitolato “Pazzo disperato (italiano) uccide moglie e figlia e si suicida”, sappiate che è vostro preciso dovere prendere quell’ammasso di carta e inchiostro e metterlo nel primo cestino che vi capita sotto tiro.

Vittorio Nigrelli

Torino Jazz Festival 2013: una festa popolare

E’ iniziata il 26 aprile la seconda edizione del Torino Jazz Festival 2013 e durerà fino al 1° maggio. Il sindaco Fassino ha così presentato il Festival: “Torino ha una storia musicale importante con grandi nomi… e non dimentichiamo che il jazz italiano è nato proprio a Torino”  Il Torino Jazz Festival, per chi non ne è a conoscenza, è un insieme di eventi jazz e una rassegna dei migliori jazzisti al mondo, che si esibiscono nel centro storico, per le strade, piazze, locali e circoli della città, facendo diventare così Torino un jazz club a cielo aperto per sei giorni e sei notti.

Dopo il grande successo dell’anno scorso (oltre 100.000 spettatori), il Jazz Festival, diretto da Stefano Zenni, si ripropone con numerosi concerti soprattutto nelle piazze Castello e Valdo Fusi. Tra gli ospiti più affermati troviamo jazzisti come Riccardo Zegna e giovani promesse come Gabriele Evangelista. Collegate al festival ci sono anche spazi dedicati a mostre, incontri letterari, rassegne cinematografiche. Tutti i 130 eventi sono gratuiti.

E’ il famosissimo trombettista jazz italiano Enrico Rava a dare il via al Torino Jazz Festival: il suo concerto d’apertura è avvenuto in piazza Castello con Orchestra del Teatro Regio. Il giorno seguente, 27 aprile, è stata la volta di CorLeone con Roy Paci nel piazzale Valdo Fusi, mentre in piazza Castello si esibivano Tania Maria Quartet, Cristina Zavalloni & Radar Band. Altre performance fulcro del festival sono i concerti di Abdullah Ibrahim (28 aprile), Gianluca Putrella e la Cosmic Band (oggi 29 aprile), McCoy Tyner in occasione della Giornata Internazionale dell’Unesco per il Jazz (martedì 30 aprile) e Roy Haynes (1 maggio)

Dal 26 a domani 30 aprile sul fiume Po, piazza Vittorio Veneto e dintorni, apre la sezione “Fringe” curata da Furio Di Castri, che offre una panoramica sul jazz contemporaneo: flusso continuo di sperimentazioni sonore in cui converge lo swing, il soul il rock e l’elettronica . La novità del Fringe di quest’anno è il “Fringe in the Box”, a cura di Ugo Basile e Francesco Pistoi, un progetto che mette insieme jazz e musica elettronica.

La kermesse jazzistica terminerà il 1° maggio con una vera e propria maratona musicale della street band dei Funk Off: il gruppo partirà da piazzale Valdo Fusi e, suonando per le strade, raggiungerà verso piazza Castello, dove si esibirà sul palco insieme a Simone Cristicchi. Prima però, dalle 16 a mezzanotte, sul palco saliranno i gruppi fusion Mike Stern & Bill Evans (con un omaggio a Miles Davis), la band rap-jazz IsWhat?!, i ritmi di Pilar, i Roy Haynes e Fountain Of Youth.

Il festival è anche internazionale: nel programma è inserito anche Torino Incontra la Francia, dedicato alla musica d’oltralpe in collaborazione con il Festival del jazz di Nantes, il Conservatorio di Parigi, la Cité de la Musique con una mostra su Django Reinhardt e un’esposizione fotografica dedicata a Guy Le Querrec.

Il Torino Jazz Festival non è dunque solo un evento musicale, ma anche una festa popolare, sociale e culturale: attrae appassionati del genere jazz e persone curiose che disposte a scoprire questo mondo alquanto sconosciuto, attraverso “eventi di strada”.

Per il programma completo e maggiori informazioni clicca qui.

Erica Balduini

L’Università di Kabul accoglie i primi studenti stranieri dopo trent’anni.

L’università di Kabul ha selezionato il primo gruppo di studenti stranieri, composto da 50 giovani turchi.

La maggior parte delle 25 ragazze, così come molti dei 25 ragazzi, sono andati in Afghanistan per studiare letteratura persiana e pashta.

 

Prima dei periodi di instabilità politica l’università era considerata una prestigioso centro formativo e attirava molti studenti di altri Paesi; fondata nel 1931, oggi ospita più di 9000 studenti distribuiti in quindici facoltà, incluse quelle di Giornalismo, Arti e Medicina (la prima a essere fondata). L’Università ha una biblioteca, dove sono custoditi 200.000 libri, 5000 manoscritti e 3000 libri rari.

Vittorio Nigrelli

Torino di cultura, spettacolo e aiuti umanitari. Da non perdere “Specchio riflesso” della Compagnia del Caffè.

14 Marzo 2013.
Se è vero che in periodo di crisi l’unica cosa su cui non si deve fare economia è il cervello, perché la materia grigia non va in malora, ecco che a Torino quest’anno, come ogni anno dal 2005, la Compagnia del Caffè presenta un’occasione inedita per avvicinarsi al mondo del teatro.

Gli spettacoli nei vari teatri cittadini sono molti, vanno da quelli importanti che si tengono al Teatro Regio a quelli più dilettantistici sparsi per i vari teatri della città. Insomma, le occasioni per chi ha fame di cultura, nella città del Museo Nazionale del Cinema, non mancano, ma in questo periodo l’offerta si arricchisce ulteriormente.

842875_10151400214269525_645305378_oRitorna alle Officine Caos di Piazza Montale 18/A, a Torino, la Compagnia del Caffè, compagnia teatrale specializzata nel teatro musicale, come specificato sul sito ufficiale, con uno spettacolo dalla sceneggiatura inedita, scritta interamente da Sara Bagnato, componente della compagnia, dal titolo intrigante: “Specchio Riflesso“. Fiaba di fiabe, dice la descrizione ed effettivamente la trama è accattivante per grandi e piccini, mostrando i personaggi più famosi delle fiabe alla prova con rocambolesche avventure riflesse in quella che è la nostra quotidianità moderna, rispetto al loro essere ambientate in uno spazio senza tempo del “c’era una volta…”.
Grande pregio della compagnia è proprio quello di mettere in scena spettacoli dalle sceneggiature versatili adatte alla visione degli adulti e dei bambini, senza che né gli uni né gli altri li leggano come non adatti al proprio essere.
Negli ormai 8 anni di piena attività, infatti, la Compagnia del Caffè ha portato in scena ogni anno uno spettacolo diverso a partire dal primissimo “Aggiungi un posto a tavola“, passando per una versione musical di “Pinocchio, il Burattino“, poi “Divina Commedia – Secolo XXI“, “Quarantaquattro gatti tutti su un tetto“, “Una palla al piede“, “Con la pulce all’orecchio” per arrivare allo spettacolo della scorsa stagione “Il mistero di Madame Tussauds“.
I titoli sono i più diversi, come si può vedere, ma anche in caso di adattamenti vari dovuti ad esigenze di scena e di cast, la Compagnia si è dimostrata capace di tenere fede all’impegno preso, senza mai deludere.

L’occasione per vedere “Specchio riflesso”, poi, è anche quella di sostenere organizzazioni umanitarie che operano in Africa, in special modo i ricavati vanno all’associazione Pole Pole Onlus che aiuta i bambini del Kenya.
396081_10151146150204525_1257502887_nTheTweeter ha parlato con uno degli attori, nonché assistente alla regia, che ci ha svelato qualche retroscena sia della Compagnia del Caffè sia del nuovo spettacolo.
Come hai conosciuto la compagnia? Prima di farne parte avevi visto dei suoi spettacoli? A quante rappresentazioni hai preso parte?
Amo il teatro, in particolare il mondo dei musical: recito praticamente da quando sono nato, ho trovato casualmente l’associazione culturale (Il Macinino- Movimento e Spettacolo), la cui insegnante di canto è la regista della Compagnia: è stato amore artistico a prima vista! Stavano già portando in scena un musical, ma non appena hanno finito le repliche è stata lei a chiedermi di entrare nelle Compagnia, un’emozione grandissima: ho passato la mia vita a sognare di ballare e cantare sul palco guardando i professionisti ed ora faccio parte di questo mondo meraviglioso! Sono passati quattro anni, ormai, ma l’entusiasmo rimane lo stesso!

Com’è la vita nella compagnia? È una grande famiglia o, nonostante tutto, la competizione si fa sentire?
Siamo un gruppo di amici con una grande passione in comune. Ma non parlerei di competizione: ad ognuno viene dato il suo spazio in base alle diverse predisposizioni, le parti vengono assegnate in modo da far risaltare ognuno nella disciplina in cui si sente più a suo agio. È anche successo che alcuni di noi, che all’inizio facevano solo parte del corpo di ballo, hanno voluto mettersi in gioco anche nel canto e nella recitazione con ottimi risultati, arrivando anche ad avere parti molto importanti!

Non siete attori/performer di professione, come concili l’impegno tra studio/lavoro e spettacolo? Influiscono le esperienze personali sul vissuto della compagnia?
A volte è difficile riuscire a far conciliare tutto, soprattutto a ridosso degli spettacoli, quando le prove si intensificano. Questo può creare anche dei momenti di nervosismo, ma ci siamo sempre venuti incontro. Prima di tutto siamo un gruppo di amici: le divergenze ci sono, mettere insieme 20 teste diverse non è facile, ma nulla che non si possa risolvere la sera stessa, finendo per prenderci tutti in giro!

La cosa che ti piace di più del far parte della compagnia del caffè è…
La cosa più bella è vedere che il nostro impegno cresce anno dopo anno. Abbiamo fatto dei miglioramenti sotto ogni aspetto, se ripenso a quattro anni fa, trovo che il livello di tutti noi sia di gran lunga aumentato, sotto tutti i punti di vista!

Parliamo un po’ di specchio riflesso.
Specchio Riflesso è una favola di favole, tutte le storie con le quali siamo cresciuti prendono vita per raccontarci una fiaba diversa: Cappuccetto Rosso è ormai diventata una giovane donna in cerca di un fidanzato, Capitan Uncino, stufo di lottare contro Peter Pan, decide di mettere la testa a posto, il principe Azzurro, con la scarpetta in mano, chiede aiuto al Gatto e la Volpe nella ricerca della sua Cenerentola… La favola raccontata non è però rivolta ai soli bambini, anzi, le fiabe sono solo un pretesto per un messaggio più profondo: tutti i personaggi sono infatti alla disperata ricerca di qualcosa che non riescono a raggiungere e non si rendono conto delle cose davvero importanti di cui abbiamo bisogno, quelle che ci rendono veramente completi.

E tu chi sei?
Per quello che riguarda il mio personaggio, invece… Beh, all’inizio dello spettacolo potrei sembrare un semplice principe delle favole, ma è tutta una copertura per non svelare la grande sorpresa!

Quanto ci sorprenderemo a scoprire chi si nasconde dietro la tua maschera?
… Diciamo che sarà una rivelazione MAGICA!

Dai tre buoni motivi ai lettori di TheTweeter per venire a vedere “specchio riflesso”.
Innanzitutto perché ci si diverte dall’inizio alla fine! Poi perché con i ricavati delle serate aiutiamo Pole pole, un’associazione che si occupa di dare aiuti concreti alle popolazioni africane colpite dalla povertà con progetti e sostegno economico. Infine, perché tutti noi abbiamo bisogno di tornare bambini per una sera!

Grazie mille per la tua disponibilità e pazienza, ci vediamo allo spettacolo!
A presto. Ti, anzi, vi aspettiamo tutti!

Se siete curiosi non potete mancare! L’appuntamento è quindi dal 20 al 24 Marzo alle Officine Caos di Piazza Montale 18/A a Torino per vedere “Specchio Riflesso”. Dal 20 al 23 marzo 2013 h. 21.00 , il 24 marzo h. 17.00. Per info e prenotazioni: lacompagniadelcaffe@virgilio.it

Veronica Sgobio