Scuole private e tabù del profitto nel settore dell’istruzione.

Spesso in Italia si ritorna su argomenti che riguardano la scuola privata, il valore legale del titolo di studio, il livello (basso) di istruzione media.

L’ultima occasione vi è stata lo scorso week end, quando durante un referendum costato 540.000 euro, il 16-17% della popolazione di Bologna ha deciso di non dare un milione di euro alle scuole private. Cosa che in parte è condivisibile, poiché un’azienda privata non dovrebbe mai vivere di finanziamenti pubblici. Ma guardando la questione da un altro punto di vista, quello dei pantaloni dei contribuenti, o meglio delle tasche dei pantaloni dei contribuenti, le cose forse cambiano. Non so quale effetto avranno su di voi, ma ieri questi numerelli mi hanno piuttosto colpito.

Se questi numeri, come ci sembra di capire, sono veri, la scelta del 16-17% dei bolognesi costringerà tutta Italia a sborsare dei quattrini in più. Questo perché l’aumento di circa 600 euro della retta del prossimo anno costringerà diverse famiglie “border line” a trasferire il proprio pargolo da una scuola privata in una scuola pubblica, pesando sul resto della società 5.974 euro in più dell’anno prima. Calcolando a spanne, per fare in modo che il prossimo anno l’esborso dei contribuenti superi quello degli anni in cui il finanziamento alle private c’era, e contando che il referendum è già costato 540.000 euro, basterebbe il trasferimento di 100 studenti dal privato al pubblico per avere come risultato dell’operazione referendaria una perdita netta.

Il mio maligno e personale sospetto, però, è che il referendum non sia stato fatto per una ragione economica, ma ideologica e culturale: il disprezzo e l’odio verso il privato. In Italia la scuola privata ha dei limiti, è vero, e l’immagine di produttrice di diplomi a pagamento, per quanto smentita da molteplici e meritevoli casi, spesso non è così lontana dalla realtà.

Questo deriva, tuttavia, non dalla presenza nel settore dell’istruzione di cattivoni privati, ma dal fatto che le regolamentazioni portano naturalmente alla creazione di un “mercato dei pezzi di carta”. Mi riferisco al problema del valore legale del titolo di studio, (di cui avevo già parlato in questo articolo) che rende possibile l’esistenza di persone che mangiano vendendo inutili pezzi di carta.

Un primo passo sarebbe quindi quello di abolire il valore legale del titolo di studio, cominciando con il modificare le regolamentazioni sui test a numero chiuso che impediscono, per esempio, a uno studente uscito da un durissimo liceo toscano, di superare in graduatoria un caprone milanese solo perché questi ha avuto una matura “più facile”. Ma non solo. Il problema delle regolamentazioni che eliminano i benefici del privato si estende anche agli insegnanti. Questi sono disposti a lavorare per un liceo privato anche per una paga da fame (400-500 euro), perché così guadagnano punti in graduatoria, manco stessero facendo la spesa al Carrefour. Il fatto che siano buoni insegnanti o meno, al momento, conta poco o nulla (qualcosa in questo senso sta cambiando). Ergo va rivisto il sistema di reclutamento degli insegnanti.

Se verranno attuate riforme in questo senso, il livello delle scuole private crescerà sensibilmente, il numero dei loro iscritti aumenterà, e non ci sarà bisogno di finanziamenti pubblici (magari, come capita in alcune università statunitensi, gli ex-studenti doneranno volentieri denaro al liceo che ha contribuito al loro successo).

Per concludere, vi propongo una traduzione della nostra Carlotta Prandi, di un articolo di Jason Bedrick pubblicato sul sito del CATO Institute il 21 Maggio 2013, che riguarda il tabù del profitto nel settore dell’istruzione.

“School Profits

Non dovrebbe forse esserci una netta linea di demarcazione tra insegnamento e profitto? Molti di coloro che si oppongono alla riforma scolastica (negli USA, ndr) sembrano pensarla così. E’ emblematico un articolo del Washington Post che denuncia: “ forze esterne mirano ad arricchirsi sulle spalle dei giovani più vulnerabili della nostra nazione”.

Considerando che la maggior parte delle scuola private sono non profit, l’autore dell’articolo dimentica che sono i genitori a scegliere di mandare i figli in queste scuole.  Ha senso lamentarsi dell’esistenza di società che si arricchiscono “sulle spalle” dei propri clienti, i quali pagano?

Per convincere i genitori a scegliere scuola private, invece di quella di Stato, queste devono offrire qualcosa in più. Per questo le scuole private devono offrire il meglio se vogliono costituire un’attrattiva per le famiglie.

Pertanto è assurdo pensare che il profitto – inteso come mero guadagno economico – sia limitato al solo settore per profit. Che insegnanti, presidi e tutto il resto dello staff – dagli inservienti agli autisti degli scuolabus – si arricchiscono con i loro salari e stipendi?

E che cosa dire dei profitti delle case editrici che pubblicano i libri di testo? Di quelli delle compagnie che costruiscono gli edifici scolastici? O di chi produce banchi, lavagne, penne e matite?

Che si tratti di gestione privata o pubblica, chiunque faccia parte del settore ottiene un profitto “sulle spalle” dei genitori, che finanziano volontariamente anche gli eventi come il ballo di fine anno.

Coloro che denunciano i profitti in ambito scolastico non comprendono il ruolo dei profitti nel mercato. Forse sono confusi perché nel sistema scolastico pubblico con cui hanno familiarità il nesso tra l’andare incontro alle necessità degli studenti e il guadagno economico è labile. Al contrario in un mercato competitivo, guadagni (e, in maniera altrettanto importante, le perdite) costituiscono informazioni preziose.

Come è spiegato nell’eccellente libro di Herbert Walberg e Joseph Bast, “ Educazione e Capitalismo: Come può contribuire a migliorare il sistema scolastico americano superare le nostre paure del mercato e dell’economia ”:

 In un’economia capitalista i profitti sono il guadagno ottenuto dalle imprese che massimizzano la qualità dei servizi e dei beni, minimizzano le spese di esercizio e la burocrazia, motivano i dipendenti che raggiungono livelli di produttività molto elevati ed evitano inutili spese. Le imprese di successo vendono prodotti migliori o più economici, spesso migliori ed economici. I consumatori se ne accorgono e il mercato si sposta gradualmente dalle aziende meno efficienti a quelle migliori.

Le scuola pubbliche di basso livello non perdono “clienti” gradualmente, non affrontano la minaccia di una chiusura, ovvero il destino di un’impresa inefficiente.

C’è quindi una certa una certa urgenza di attuare una riforma. Le risorse di queste scuole non vengono trasferiti dalle mani di chi le gestisce male in quelle di chi potrebbe fare un lavoro migliore.

Nell’attuale sistema scolastico solo le famiglie benestanti possono permettersi di vivere nei quartieri in cui sono situate le scuole pubbliche più prestigiose o di pagare la retta delle scuole private. Le famiglie meno abbienti, senza la possibilità di scegliere una scuola privata, o pubblica ma lontana, sono tagliate fuori da questo “mercato”. La loro unica scelta è la scuola pubblica locale, assegnata d’ufficio.

Quindi se fossi un blogger del WashingtonPost, scriverei quindi che sono queste scuole poco performanti che vivono “sulle spalle dei giovani più vulnerabili della nostra nazione” (approfittando quindi dell’impossibilità delle famiglie di scegliere, ndr).

Vittorio Nigrelli e Carlotta Prandi

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One thought on “Scuole private e tabù del profitto nel settore dell’istruzione.

  1. L’analsi del problema è semplicemente perfetta ed è la prima volta che trovo persone che hanno il coraggio di affrontare il problema senza timore dei “soliti trinariciuti” che si scagliano contro chi osa attentare alla sacralità della scuola pubblica. Ritengo, inoltre, che oggi più di ieri si ponga un problema di fondo non secondario: il diritto del cittadino allo studio ed alla formazione. E questo diritto non si soddisfa solo con una scuola pubblica, più o meno efficiente. Lo studio e la formazione sono due attività complementari interdipendenti e, quindi, se il cittadino è cattolico o protestante od ebreo od islamico ha il diritto di scegliere per i suoi figli una scuola che assicuri loro un’educazione coerente alla loro confessione religiosa. Naturalmente non dovrebbero aver posto le scuole private che, con connivenze varie, “fabbricano” diplomati e che, qualche volta, vengono scoperte da Striscia e, molto raramente, dalle funzioni pubbliche di controllo. Alcuni paesi della Comunità sostengono interamente i costi di queste scuole private, comprese le spese dei libri scolastici e del materiale accessorio (penne, matite, quaderni, ecc..), basandosi sul principio che il gettito fiscale che proviene dai contribuenti è destinato anche a questo settore che non è meno importante della sicurezza, della difesa, della giustizia. Vi ringrazio per il vostro ottimo lavoro. Cordialità.

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