Morire per Facebook. Succede in Iran.

Teheran, 8 Novembre 2012.
Il blogger Sattar Beheshti (nella foto a sinistra) era stato arrestato il 30 Ottobre dalla polizia cibernetica, che controlla la situazione della rete, dopo che gli erano stati sequestrati il suo computer e i suoi effetti personali. Tramite il suo sito, e la sua pagina Facebook, si era proposto di far vedere al mondo le azioni compiute dal regime contro la sua popolazione.
Dopo il suo arresto è passata una settimana e i suoi genitori hanno ricevuto una chiamata dalla prigione di Evinpreparate una bara, una tomba e venitelo a prendere“. Un annuncio lapidario, freddo che annuncia la morte del blogger, uno dei tanti che non è uscito vivo dalla prigione di Teheran.
La polizia ha dato come causa ufficiale del decesso un generico “problemi di cuore“. Sulla rete circolano, invece, voci dei maltrattamenti subiti nel periodo carcerario, sostenute, tra le altre, da un’intervista alla sorella che si è rifiutata di rispettare il silenzio imposto alla famiglia.
Nell’epoca dei Social Network, in cui sembra esserci più libertà di espressione ecco che, proprio quest’ultima, diventa un’arma a doppio taglio, fornendo prove a sostegno di accuse di “manovre contro il regime“. La repressione in Iran passa per Facebook.

Veronica Sgobio

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